Si è svolto domenica 10 febbraio nei locali del Centro sociale di Villa Vitali il primo incontro pubblico di “Fermo Città Comune” la nuova realtà, costituita da PD, Sinistra Italiana e la città che vogliamo, che si presenta come “coalizione larga e plurale dei partiti e delle realtà civiche del centrosinistra fermano“. Un appuntamento partecipato, pensato come avvio di un percorso politico alternativo in vista delle prossime elezioni amministrative.

Nel documento presentato – che delinea le linee guida della coalizione – emerge l’obiettivo di costruire «una nuova proposta politica capace di ascoltare le istanze dell’intera comunità».

Le prime tensioni interne

Accanto al clima di avvio, non sono mancate le prime criticità. In particolare, tra i presenti sono emerse perplessità sulla presenza nella coalizione della lista civica “La città che vogliamo” fino a pochi mesi fa in maggioranza con l’amministrazione Calcinaro che ha governato la città negli ultimi dieci anni. Un passaggio politico che alcuni partecipanti hanno letto come problematico in termini di coerenza e discontinuità.

Altre osservazioni hanno riguardato il metodo: diversi interventi hanno sottolineato come il programma appaia già in gran parte delineato, lasciando spazi di partecipazione e condivisione percepiti come limitati rispetto alle aspettative di un percorso realmente aperto alla cittadinanza.

Non sono passati inosservati, inoltre, alcuni riferimenti programmatici – tra cui la diffusione della pillola abortiva e progetti di educazione all’affettività nelle scuole – che hanno suscitato perplessità tra i cattolici di area progressista presenti all’incontro.

L’intervista a Francesco Sandroni

All’uscita abbiamo raccolto le impressioni di Francesco Sandroni, professore all’Istituto Montani, già consigliere comunale negli anni ’90, teologo e animatore del Centro culturale San Rocco.


Lei, professore, ha qualche tessera di partito?
«No, no. Ne ho avute nel passato, sono stato iscritto anche nel Partito Democratico ma da una decina d’anni abbondanti non ho più tessere né ho più partecipato ad iniziative politiche»

Perché, allora, ha partecipato a questa iniziativa?
«Mi sembrava un’ottima iniziativa in assoluta controtendenza con ciò che è stato fatto negli ultimi dieci anni, anzi, diciamo negli ultimi venticinque. Quella di domenica è stata una bellissima assemblea, partecipata, il punto di inizio di un metodo di lavoro che coinvolge i cittadini e non solo gli eletti nelle varie assemblee rappresentative»

Lei però, nel suo intervento, è stato critico con l’organizzazione, o ci sbagliamo?

«Beh, in parte. Nel senso che anche quell’assemblea risente, ma forse è inevitabile, del clima culturale e politico che è stato costruito in Italia, e oltre, negli ultimi decenni. Un clima politico-culturale dove il “fare” è più importante del “pensare”, dove far parte del “tavolo della regia” è più importante dell’assemblea che ha il solo compito di legittimarlo e sostenerlo, dove “vincere” è più importante del “partecipare”.

Ci hanno chiesto cosa vogliamo da Fermo ma non si sono chiesti che Fermo vogliamo. Guardi, io sono, per lavoro ma non solo, costantemente in contatto con i giovani, e purtroppo i giovani di oggi, parlo anche di quelli che hanno meno di quarant’anni, sono cresciuti in un sistema di partecipazione politica “berlusconiano” e non conoscono nient’altro. Fare politica è un evento di marketing elettorale e pubblicitario. Oggi, purtroppo, essere giovani non è più un merito politico…Oh, sia chiaro, questo non vale per tutti, è una generalizzazione, ma non credo di essere andato troppo lontano dalla verità»

Quindi quella di domenica, secondo lei, è stata un’assemblea pubblicitaria delle liste del centro sinistra per le prossime comunali?

«No, altrimenti non sarei andato o sarei fuggito immediatamente. Ripeto, è stata un’iniziativa meritevole, soprattutto perché innovativa e in controtendenza. Però certo, ci hanno detto che cinque organizzazioni politiche cittadine si sono già riunite per stilare una bozza di programma; tre lo hanno sottoscritto ed hanno anche un nome “Fermo Città Comune”; domenica ci hanno fatto conoscere, a voce, e solo a voce, quello che hanno partorito, chiedendoci di integrare le loro proposte con “ciò che vogliamo dalla Città di Fermo”. Capisce cosa voglio dire con “clima culturale”? Forse non se ne sono neanche accorti che organizzando l’assemblea con “la base” cercavano solo consenso ad un’operazione “di vertice”. Per rendere ancora più chiaro quello che voglio dire, basti pensare a quello che a Fermo sbandierano come “civismo”, anche all’interno di “Fermo Città Comune”. Il civismo, secondo loro, è una semplice lista elettorale, da compilare in occasione delle varie elezioni, legate ad un personaggio “capo” che ha pochi meriti se non quelli di avere un po’ di visibilità mediatica. L’unico merito che sbandierano è non richiamarsi a nessun partito politico strutturato. E sono davvero convinti che sia una bella cosa, innovativa e democratica. Ma il civismo, quello che fa bene alla democrazia e alla partecipazione popolare, è tutta un’altra cosa, purtroppo per loro. A Fermo abbiamo avuto negli anni ’90 un vero movimento politico civico, di cui io non ho mai fatto parte e se lo ricordo è perché oggettivamente è stato una novità, che si chiamava “Nuova Cittadinanza”. In Nuova Cittadinanza prima è nata l’assemblea, prima è nata la discussione, tutto era “base”, non c’erano vertici da legittimare e neppure “capi” da incensare. Poi, ma lo hanno discusso prima e non era per nulla scontato, hanno deciso di stilare una lista elettorale per le comunali. Questo è il vero civismo»

Quindi, mi faccia capire, lei non è favorevole alla presenza di “La città che vogliamo” nella coalizione di centro-sinistra?

«Il problema della lista elettorale di Trasatti e Pascucci non è quello che non è un vero movimento civico. In questo sono in buona compagnia, e quindi “mal comune, mezzo gaudio”. Il problema, che poi è emerso nella stessa assemblea di domenica, è che chi ha governato la città di Fermo per due mandati consecutivi con un centro-destra più o meno mascherato, si possa riciclare impunemente nel centro-sinistra. Io non ho nulla contro le persone, sia chiaro. Nicola Pascucci non lo conosco, Francesco Trasatti leggermente di più e per quel poco che ho potuto capire sono ottime persone, magari anche bravi amministratori. Ma non ci sono uomini per tutte le stagioni. Ce ne sono tanti come loro, non hanno nulla di speciale. Ricominciare una legittimità politica dalla base, dove si può fare politica in tanti altri modi, è un’operazione che fa sempre bene e può fare ancora meglio quando si cambia schieramento»

Nel suo intervento lei non ha sottolineato né criticato alcuni punti essenziali del programma presentato, come la diffusione della pillola abortiva e l’educazione all’affettività nelle scuole. Ma sono aspetti importanti per voi cattolici, giusto?

«Guardi, queste sono cose che non mi preoccupano affatto, rientrano in pieno nelle strategie di marketing di cui parlavo prima per la fidelizzazione del cliente-elettore. Non credo che un Comune abbia la possibilità di incidere davvero in queste politiche. I cattolici impegnati nelle amministrazioni comunali non devono cadere in queste trappole identitarie. Sono altre le questioni vere, che declinano la politica come servizio e che caratterizza in pieno il cattolicesimo politico. Porsi la domanda “in che Fermo vogliamo vivere” non è secondaria nell’esperienza cristiana del vivere comune. L’assemblea di domenica è stata un’utile occasione per riflettere sulle possibili risposte a questa domanda. Soprattutto nel settore economico: si è sottolineato, giustamente, il declino della nostra città che sembra non avere un futuro, dove i giovani fuggono per cercare fortuna altrove. La CGIL ha proposto un ritorno alle politiche industriali soprattutto calzaturiere: una proposta che non condivido ma almeno è una proposta da discutere. Non la condivido perché il settore industriale, soprattutto calzaturiero, non è un settore in crescita e, soprattutto, perché Fermo non è stata mai una città a vocazione industriale, neanche nei decenni del boom calzaturiero. Si è occupata soprattutto di servizi, istruzione e cultura»

La zona di Campiglione, però, ha avuto una vocazione industriale, anche di rilievo?

«È vero, ma Campiglione oggi è il vero problema di Fermo, e prima di metterci mano bisogna capire cosa bisogna fare di quel quartiere. È fondamentale chiarirlo perché il suo futuro ha conseguenze per il centro storico e per tutti gli altri quartieri di Fermo. Fin ora si è operato a Campiglione senza un piano, riversando a casaccio servizi di ogni tipo, ospedale compreso, senza prevedere le conseguenze, devastanti per gli altri quartieri e soprattutto per Campiglione stesso. È da queste discussioni che bisogna ripartire»

Un percorso appena iniziato

Il primo incontro di “Fermo Città Comune” si chiude dunque con una doppia fotografia: da un lato l’avvio di un percorso politico unitario del centrosinistra fermano, dall’altro un confronto già vivace su metodo, alleanze e priorità programmatiche. Segnali che lasciano intravedere un cammino ancora lungo e tutto da costruire verso le prossime amministrative.