Nella sanità marchigiana la comunicazione sembra aver assunto un ruolo che supera quello dei servizi. L’AST di Fermo, con il pronto soccorso del Murri in difficoltà, ha deciso di destinare risorse non all’assunzione di medici o infermieri, ma a un concorso pubblico per un giornalista. Una scelta che stride con la quotidianità delle corsie, dove il personale corre da una barella all’altra e i cittadini attendono per ore.

La reazione politica non si è fatta attendere. Il consigliere regionale del PD Fabrizio Cesetti ha parlato di una decisione «del tutto fuori luogo», ricordando che «i pronto soccorso sono al collasso» e che «anziché investire per garantire servizi essenziali, si impiegano risorse per alimentare la propaganda». Ha aggiunto: «Siamo alla pura follia: carenze croniche, milioni spesi in cooperative per coprire l’emergenza, liste d’attesa fuori controllo, mobilità passiva in aumento, un marchigiano su dieci che rinuncia a curarsi». Per Cesetti, questa scelta «mina la credibilità della sanità pubblica marchigiana e fermana» e richiede un intervento immediato della Regione.

Ma il concorso non è un caso isolato. A riprova di una mentalità che è nuova solo nella superficie, a Fermo l’AST ha già un rapporto di lavoro con un giornalista. E, guarda caso, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le pubblicazioni che celebrano presunti miglioramenti e risultati lusinghieri delle strutture sanitarie locali. Un racconto scintillante che strida vistosamente con l’esperienza di chi ha davvero varcato il pronto soccorso: nottate intere passate in attesa di una lettiga, corridoi saturi, personale costretto a improvvisare soluzioni per mancanza di organico.

Questa dinamica, tuttavia, non si limita alla sanità. È il riflesso di un meccanismo più ampio, quello per cui la comunicazione diventa più importante della realtà. La comunicazione è diventata fondamentale più per nascondere che per condividere. Quando i nuovi meccanismi comunicativi colpiscono le fasce più deboli della società possono avere risvolti anche sulla tenuta democratica. Si pensi ai voti che raccolgono soggetti con la fedina non proprio immacolata. Ed è proprio questo il punto: i nuovi strumenti comunicativi, rapidi e calibrati sulle emozioni, hanno la capacità di incidere sul voto nascondendo il malaffare e raccontando solo ciò che conviene.

Non è un caso che il modello fermano — più narrazione che azione — abbia prodotto carriere. L’esperienza amministrativa del sindaco di Fermo lo ha mostrato con disarmante chiarezza: più che realizzare, conta raccontare. Una regia comunicativa che ha enfatizzato le poche cose buone fatte e ha spinto sotto il tappeto ciò che non si poteva mostrare. La sua recente nomina ad assessore regionale appare come il coronamento di un metodo: quando il racconto funziona, la realtà può permettersi di arrancare.

È un modello seducente per chi amministra: costa meno di un nuovo organico, produce più consenso di un reparto riaperto, ed è immediatamente spendibile in campagna elettorale. Ma una sanità non si regge sulle narrazioni. E quando la comunicazione diventa una coperta tirata per nascondere le crepe, il prezzo lo pagano sempre gli stessi: i cittadini, che al pronto soccorso non cercano un post celebrativo, ma un medico che li visiti.