LA BONIFICA È A CARICO DELLA COLLETTIVITÀ PER OLTRE DUE MILIONI DI EURO. MA NESSUNO HA DENUNCIATO
di Massimiliano Bartocci
FERMO — In un precedente articolo avevamo già sollevato più di un perplesso interrogativo sulla singolare geografia dell’inquinamento di Molini di Tenna: come era mai possibile che i veleni e la contaminazione pesante risultassero presenti esclusivamente nell’area demaniale confinante e non all’interno del sito industriale di proprietà privata dell’ex conceria Sacomar? Un’anomalia quasi prodigiosa, o più verosimilmente l’indizio di una cinica strategia di “scarico” dei rifiuti pericolosi sul terreno di tutti per preservare la proprietà privata.
Ieri sera, nel corso del Consiglio Comunale di Fermo, la risposta a quegli interrogativi si è materializzata sotto forma di numeri, relazioni geologiche e nuove sconcertanti scoperte.
Quello che doveva essere un innocuo passaggio contabile — la ratifica di una variazione per far fronte ai maggiori costi della bonifica — ha scoperchiato una vera e propria bomba ecologica e finanziaria. Durante i lavori sul suolo demaniale non sono riemersi solo i vecchi scarti di lavorazione del pellame infarciti di cromo (per i quali si è scelto il controverso rimedio della tombatura in loco), ma anche un’ulteriore “sorpresa”: 1.435 tonnellate di rifiuti speciali da demolizione edilizia, interrati abusivamente. Una montagna di detriti illegali la cui rimozione comporterà un esborso extra di 75 mila euro, portando il conto totale dell’operazione a oltre due milioni di euro di denaro pubblico.
Ma è sul piano dell’operato amministrativo che la vicenda assume contorni ai limiti del paradosso. Siamo di fronte ad una Amministrazione Comunale, quella di Fermo, che, per prassi quotidiana e con encomiabile zelo, si adopera minuziosamente per risalire al responsabile di un singolo sacchetto di spazzatura conferito erratamente fuori dalle isole ecologiche, ispezionandone il contenuto pezzo per pezzo fino a cacciare uno scontrino o una fattura pur di comminare la sanzione. Com’è possibile allora che, di fronte a un’incredibile montagna di 1.435 tonnellate di macerie edili e a scarti industriali sotterrati sul suolo demaniale, ci si voglia far credere che sia “impossibile” o superfluo risalire ai responsabili?
Ciò che si è consumato nell’aula consiliare sul piano del diritto e delle responsabilità è, se possibile, ancora più grave. Nel corso del dibattito si è chiesto a chiare lettere se, di fronte a scoperte di tale portata, fossero state formalizzate denunce alle autorità competenti. La risposta emersa è stato un desolante nulla di fatto: nessuno si è mosso, nessuno ha presentato un esposto.
L’omessa denuncia di reato
Un’inerzia che rischia di avere strascichi pesanti. È bene ricordare che Sindaco, Assessori e Consiglieri comunali, nell’esercizio delle loro funzioni, rivestono la qualifica di pubblici ufficiali. L’articolo 331 del Codice di procedura penale stabilisce che i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio che, nell’esercizio o a causa delle loro funzioni, abbiano notizia di un reato perseguibile d’ufficio devono farne denuncia per iscritto, senza ritardo, al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria.
Nel caso di Molini di Tenna, dunque, la questione è se quanto emerso nel corso dei lavori consiliari — il rinvenimento di 1.435 tonnellate di rifiuti da demolizione interrati e la presenza di scarti della lavorazione dei pellami contenenti cromo — abbia fatto emergere una concreta notizia di possibili reati perseguibili d’ufficio e, in tal caso, se sia stata trasmessa la relativa denuncia all’autorità giudiziaria.
L’eventuale omissione o ritardo, quando ricorrano tutti i presupposti previsti dalla legge, può assumere rilievo penale ai sensi dell’articolo 361 del Codice penale, che disciplina l’omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale.
A ciò si aggiunge la posizione del Sindaco quale Autorità Sanitaria Locale (con il rischio di omissione di atti d’ufficio ex art. 328 c.p. qualora non adotti le dovute ordinanze d’urgenza) e la responsabilità contabile davanti alla Corte dei Conti per chi vota o approva l’impiego di soldi pubblico per coprire illeciti altrui senza attivarsi per la ricerca e il recupero delle somme dai responsabili.
Chi ha sotterrato i pellami trattati al cromo solo sul terreno demaniale? Chi ha trasformato un’area pubblica in una discarica di materiale edile? E soprattutto: perché chi fa le pulci al singolo cittadino sceglie di chiudere gli occhi e far pagare 2,15 milioni di euro ai contribuenti davanti a un disastro di queste proporzioni? Domande che da ieri sera non sono più solo politiche, ma chiamano in causa direttamente il Codice Penale.

